Tecnologia

Dipendenza o semplice assuefazione da smartphone? l’obiettivo è ridurre l’utilizzo

Con il rapido sviluppo degli hardware dei dispositivi mobili, e il parallelo progresso nelle tecnologie di connessione, oggi la “dipendenza da smartphone” potrebbe a ragione essere considerata un’affezione in grado di influenzare particolarmente la quotidianità di tutti gli individui.

Seppur con rilevanti distinzioni per classi sociali, sesso ed età, tendenzialmente è possibile affermare che gran parte della popolazione, giovane e adulta, utilizza lo smartphone con costanza ogni giorno. La rivoluzione che è riuscita a trasferire i principali scenari di utilizzo di un personal computer all’interno di un dispositivo tascabile ha infatti spinto gran parte dei cittadini occidentali a modernizzare la propria dotazione hardware, sostituendo il classico telefonino con lo smartphone.

Uno studio dell’Università di Eskişehir ha mostrato come, in un campione composto da 1492 studenti, il 54,5% di questi si è definito dipendente dal proprio smartphone, per utilizzi più o meno virtuosi, talvolta legati allo studio, ma ben più spesso ai rapporti sociali e alla multimedialità.

Nello specifico, infatti, si è riscontrato che il 62% degli studenti utilizzano lo smartphone per i social media, il 38% per le chiamate e il 13,8% per il gaming.

Un dato interessante, che può contribuire a tratteggiare l’attuale tendenza tecnologica: nello studio del 2018, l’impiego dello smartphone per guardare video risultava attività comune per il 24,5% degli studenti. Nell’ultimo anno, però, tutti i principali operatori italiani hanno più volte ripetuto che con l’aumentare del traffico dati, nel 2018 è incrementato particolarmente anche il consumo multimediale in Italia.

Un calo dei prezzi della propria connessione dati, un incremento della qualità della connessione esistente o un maggiore ammontare di Giga sulla propria offerta mobile sembrerebbero dunque strettamente legati alle principali dinamiche di utilizzo degli smartphone.

Si evince, dunque, che il collegamento tra innovazioni hardware e sviluppo della rete non è solamente superficiale: lo smartphone è, sempre di più, veicolo di trasmissione di informazioni, dati, materiale multimediale presente su internet. Si potrebbe allora affermare che non è il prodotto a occupare le giornate dei cosiddetti “smartphone-dipendenti”, quanto, più precisamente, la rete di connessioni che esso integra.

Non a caso, senza una connessione dati, il dispositivo più utilizzato dagli europei (con un valore di mercato globale di 522 miliardi di euro e oltre 1,56 miliardi di vendite all’anno) regredisce al livello dei telefoni più evoluti dell’era “pre-smartphone”, con grande frustrazione di chi si ritrova bruscamente tagliato fuori da una rete di relazioni e interazioni virtuali.

Per precisione, in questa trattazione occorre ricordare che la definizione di dipendenza non è immediata. In medicina, si fa riferimento a una condizione di incoercibile bisogno di un prodotto o di una sostanza, la cui mancanza provoca uno stato depressivo e, talvolta, delle conseguenze fisiche più o meno violente. Il termine “dipendenza” finisce indubbiamente per inserire la dinamica ossessiva dell’utilizzo dello smartphone in un contesto sociale diffuso, ma rischia di acuire eccessivamente una condizione spesso non patologica.

Imparare a distinguere tra dipendenza, assuefazione e abitudine può permettere di scoprire nuove tecniche e strumenti meno invasivi per limitare l’utilizzo dello smartphone alle situazioni in cui lo stesso si rivela necessario o di buona compagnia.

Lo scopo di molti studi non è infatti quello di sradicare ingiustificatamente un dispositivo ormai indispensabile nella vita quotidiana, quanto quello di evitare che la presenza dello smartphone diventi totalizzante e quasi dispotica

Insomma, lo smartphone è effettivamente in grado di svolgere la maggior parte delle funzioni di svago e produttività richieste, giungendo talvolta a sostituire computer, navigatori satellitari, radio, televisione, videogiochi, libri e giornali. Un primo obiettivo, dunque, potrebbe essere quello di evitare che lo smartphone finisca per infrangere “il miracolo della personalità” di cui scriveva Henry Miller, sostituendosi all’uomo in numerosi contesti in cui, per natura, a governare dovrebbero essere le più sincere relazioni umane.

Con lo scopo di ridurre l’eccessivo attaccamento allo smartphone, Google ha sviluppato un’app già preinstallata in alcuni dispositivi, che permette di monitorare tramite un grafico il tempo passato con il proprio device.

Visualizzare il grafico permette di scoprire il tempo totale impiegato con il proprio smartphone attivo e la percentuale utilizzata nelle applicazioni più comuni, fornendo all’utente una traccia sulle sue abitudini e mettendo a disposizione una serie di strumenti come una modalità relax e un timer per bloccare le proprie applicazioni dopo un determinato periodo di utilizzo continuativo. Nello store di iOS e Android sono inoltre presenti molte altre applicazioni che permettono di monitorare e condizionare il tempo trascorso con lo schermo attivo.

 

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Alberto Ferrante

Al termine del suo percorso di studi, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, trattando di cronaca, tecnologia, cultura, cinema, politica e finanza. Grande amante di cinema e letteratura, ha trovato con la redazione con cui collabora dal 2017 la possibilità di affrontare nuovi interessanti argomenti.
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